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da il messaggero

Ormai non è più solo una semplice trattativa sindacale per il rinnovo del contratto dei docenti, sul piatto c’è molto di più: c’è l’impalcatura della legge della Buona Scuola. Per i sindacati è tutta da scardinare, utilizzandone le risorse per gli aumenti stipendiali, ma per il ministero dell’istruzione resta blindata. Ed è proprio su questo punto che si sta impantanando la trattativa visto che il ministero, all’indomani dell’avvio della contrattazione, non ha alcuna intenzione di cancellare i punti cardine della riforma della scuola. Dopo l’incontro tra le rappresentanze e l’Aran del 4 gennaio, infatti, la trattativa è in una fase di stallo in attesa che riprendano i lavori giovedì, quando le parti dovranno portare le loro proposte concrete.

L’obiettivo comune è arrivare agli 85 euro medi di aumento previsti, su cui la ministra Fedeli ha dato la sua parola assicurando la disponibilità di fondi. Al momento però si arriva a 75 euro circa e il problema riguarda proprio le fasce con retribuzioni più basse. Si tratta di far coincidere l’aumento medio mensile con una progressione del 3,48% della retribuzione di ogni lavoratore. Il riferimento di partenza è la retribuzione media del comparto di circa 28 mila euro. A questo punto il tavolo, giovedì prossimo, avrà il compito di individuare l’elemento di perequazione per coprire le categorie con stipendi più bassi che, quindi, non arriverebbero al raggiungimento degli 85 euro di aumento.

IL RINVIO La sola strada percorribile, ad oggi, è quella di far partire il rinnovo del contratto dal 1° marzo, risparmiando così due mesi di retribuzioni che andrebbero a creare un tesoretto per coprire tutta la quota fino a fine 2018. In questo caso però resterebbe il nodo per il 2019 quando il prossimo governo dovrà trovare le risorse necessarie per coprire i due mesi non finanziati nel 2018.

L’unica alternativa potrebbe essere quella di individuare, nelle casse del ministero dell’istruzione, fondi stanziati in passato e mai utilizzati. Da scartare invece, come detto, la possibilità di usare i fondi della Buona Scuola: si tratta dei fondi per il merito, pari a 200 milioni e di quelli destinati alla formazione, pari a 380 milioni erogati tramite card da 500 euro ciascuna con cui gli insegnanti possono finanziare gli aggiornamenti necessari alla professione. Ed è questa, di fatto, la richiesta avanzata dai sindacati. Ma in questo modo si cancellerebbero le maggiori novità introdotte dalla Buona Scuola: il merito, con soldi destinati ai docenti migliori individuati dalle singole scuole, e la formazione degli insegnanti tramite la card. La ministra Fedeli resta irremovibile. Inserire i 200 milioni del merito nella contrattazione, infatti, equivale a toglierli dai premi individuali, come prevede invece la legge 107 con i comitati di valutazione ad hoc che hanno premiato circa un docente su tre. Per quanto riguarda invece la formazione va considerato che i 500 euro annui erogati nella card dei docenti sono netti, qualora invece facessero parte della busta paga verrebbero tassati e quindi quasi dimezzati.
L. Loi.

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